Earth Hour 2012, luci spente per l’ora della Terra

Questa sera, tra le 20:30 e le 21:30, spegnete tutte le luci e gli altri apparecchi elettronici se amate la vostra Terra. Torna l’Earth Hour, l’iniziativa del WWF che serve per rammentare il rischio che stiamo correndo a causa dei nostri sprechi e sensibilizzare la popolazione mondiale sul problema del consumo di energia. Lo scorso anno hanno partecipato all’Ora della Terra ben 135 nazioni, con le manifestazioni più disparate. E quest’anno non sarà da meno.

In Italia, ma anche nelle altre grandi città mondiali, le iniziative hanno riguardato lo spegnere l’illuminazione dei grandi monumenti come il Colosseo, ma anche piccole iniziative di piccoli Comuni in cui è bastato ad esempio spegnere le luci nella piazza principale per sentirsi parte attiva dell’iniziativa.

Fonte: ecologiae.com

  

Quinto Conto Energia, Clini: nessuna sorpresa in arrivo per il fotovoltaico. Favoriti piccoli impianti e innovazione

“Non c’è alcuna sorpresa in arrivo per il settore del fotovoltaico”. Ad affermarlo è il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini che, riferensoni alle polemiche degli ultimi giorni aggiunge che “la revisione del Conto energia è prevista dal decreto del 2011 e, come è noto, deve portare a una riduzione degli incentivi tenendo conto dei prezzi attuali dei moduli fotovoltaici e dell’esigenza di non superare il limite stabilito di 7 miliardi l’anno”.

Le indicazioni del ministro per il  Quinto Conto Energia, che sarà pronto a breve, sul fotovoltaico sono chiare:  “Gli incentivi dovranno riguardare gli impianti  di piccole dimensioni per l’autoconsumo domestico e industriale, favorendo l’integrazione del solare con l’efficienza energetica e sostenendo l’innovazione tecnologica. In questo modo, gli incentivi rappresentano un forte fattore di crescita, che si accompagna agli effetti del credito di imposta (55%) e al successo del Fondo rotativo di Kyoto. Inoltre gli incentivi dovranno sostenere gli investimenti nelle zone industriali dismesse, per avviare una nuova industrializzazione sostenibile in aree strategiche per il nostro sviluppo. In ogni caso, sarà inclusa la copertura per gli investimenti già in corso”.

Il Quinto Conto Energia è il prossimo meccanismo di incentivazione dell’energia rinnovabile prodotta dai pannelli solari fotovoltaici. Sostituirà l’attuale Quarto Conto Energia, che prevede un aggiornamento quando il peso degli incentivi erogati sarà eccessivo. Gli incentivi sono dati sotto forma di un pagamento per ogni chilowattora prodotto e le risorse sono prelevate dalle bollette elettriche dei consumatori. Oggi il contributo si avvicina ai 6 miliardi di euro l’anno, e le nuove regole sono preparate in anticipo rispetto alla scadenza, in modo da dare più tempo a consumatori e imprese.Oltre agli effetti ambientali, ci sono anche altri vantaggi nelle fonti rinnovabili di energia.

“Per esempio, mentre pesano sulle bollette, al tempo stesso con un meccanismo opposto – sostiene il ministro – le fonti pulite di energia abbassano il costo del chilowattora e soprattutto riducono il fabbisogno di combustibili fossili, che sono d’importazione, con un vantaggio netto sulla bilancia dei pagamenti del Paese”.Infine il ministro sottolinea che “la promozione del fotovoltaico integrato con l’efficienza energetica nelle aree urbane è una componente del progetto nazionale per le smart cities e la diffusione della produzione distribuita di energia ad alta efficienza e basso impatto ambientale”.

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Fonte: Redazione GreenBiz.it

  

La politica delle riforme truffa: vent’anni di bugie sul (mancato) taglio dei parlamentari

Potevamo partire anche da 30 anni fa, dalla Bicamerale per le riforme del 1983 e di sicuro avremmo trovato qualcuno che chiedeva la riduzione del numero dei parlamentari. Abbiamo deciso di limitarci agli ultimi dieci anni, che bastano a collezionare dagli archivi Ansa migliaia di proclami su un taglio degli eletti alle Camere che, naturalmente, non c’è mai stato. Del resto, chiedere a deputati e senatori di autoridursi sarebbe come chiedergli di tagliarsi un braccio da soli.

Il 24 luglio 2002 Silvio Berlusconi era al governo e spiegava che uno dei punti del loro programma era proprio la diminuzione del numero dei parlamentari che con il Senato delle autonomie avrebbe realizzato un federalismo “di buon senso”. In realtà la diminuzione dei rappresentanti era nei programmi di entrambe le coalizioni che si presentarono alle urne nel 2001. L’8 novembre 2002, in una puntata di Porta a Porta durante la quale si diceva pronto per il Quirinale, Berlusconi annunciò una riforma che prevedeva – guarda un po’ – la riduzione dei parlamentari. Stesso proclama il 9 febbraio e il 31 luglio 2003.

Il 2 marzo 2004 tocca a Gianfranco Fini: “Nelle riforme è previsto un drastico ridimensionamento del numero dei parlamentari, che non saranno più 915 ma 600”. Bastano pochi mesi e il 6 luglio la Casa delle Libertà annuncia che no, non si possono tagliare 315 posti, al massimo si può arrivare a 750. Sarà Pier Ferdinando Casini, da Vienna, a sostenere il 5 ottobre dello stesso anno che “la riduzione del numero dei deputati è un elemento positivo che dimostra la capacità di essere vigili e selezionare la classe dirigente”. Peccato che la riforma tanto annunciata non sia mai arrivata. Perché il governo Berlusconi aveva realmente inserito nel ddl sulle riforme costituzionali l’intenzione di tagliare i parlamentari. Un buon avvocato potrebbe dire che quella riforma, approvata ben 4 volte tra Camera e Senato, fu poi bocciata dai cittadini col referendum. Ma all’interno prevedeva una riduzione dei parlamentari soltanto a partire dal 2016. Cioè quando buona parte degli onorevoli allora seduti sugli scranni staranno riscuotendo il vitalizio. Lo fece notare, all’indomani del “no” dei cittadini, anche Luciano Violante: “L’unica cosa positiva era la riduzione del numero dei parlamentari, ma va fatta scattare prima del 2016”.

Cambia il governo, vengono eletti sempre 915 parlamentari, e si riparte col balletto: riunioni, accordi, tensioni. Ma la riforma non va in porto. Il 18 gennaio 2007 il democratico Vannino Chitiincontra il leghista Roberto Maroni per cercare un punto di contatto sulla legge elettorale che – neanche a dirlo – portava con sé l’ipotesi di un taglio al numero degli eletti. Nella bozza Chiti erano previsti di nuovo 600 parlamentari, 400 deputati e 200 senatori.

I ministri dell’allora governo Prodi non perdono tempo per elogiare l’iniziativa: “Il governo si impegna in Parlamento per la riduzione del numero dei parlamentari” dichiara Linda Lanzillotta il 13 luglio 2007. “È un segnale positivo e giusto” sostiene Alfonso Pecoraro Scanio il 4 ottobre. E nel frattempo anche l’allora presidente della Camera, Fausto Bertinotti, aveva benedetto l’ipotesi. Che alla fine è rimasta tale. Dopo la nascita del Partito democratico, il nuovo segretarioWalter Veltroni non perde occasione per ribadire l’importanza della riforma, ma il progetto non decolla. Rosy Bindi il 4 aprile 2008 parla del taglio dei rappresentanti come una modifica “chirurgica” da fare alla Costituzione. Non avverrà. Cambierà di nuovo governo, gli eletti saranno ancora 915 e il primo a pronunciarsi sarà il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, auspicando “meno parlamentari”. Per Mariastella Gelmini “meno quantità non è meno qualità”. Allora perché non ci si riesce?

Tocca a Pier Luigi Bersani diventato segretario del Pd: “Occupiamoci di cose serie, come la riduzione del numero dei parlamentari”. Forse non lo erano abbastanza. L’8 aprile 2010 di nuovoMaroni sentenzia: “Se non faremo le riforme in 3 anni avremo fallito”. Missione compiuta. Il 9 maggio 2011 Berlusconi sostiene che “siamo l’unico paese al mondo con 1000 parlamentari”, eAnna Finocchiaro assicura che “il dimezzamento ci sarà entro settembre” (sempre del 2010…). Il 9 settembre 2011 il Senato stava esaminando 6 ddl costituzionali. Dieci giorni dopo c’era un’intesa per 450 deputati e 250 senatori. Ancora niente.

Il resto è cronaca delle ultime ore: un accordo ABC (Alfano, Bersani e Casini) sulla legge elettorale che prevede anche una serie di riforme costituzionali, compreso un taglio dei parlamentari al ribasso (500 e 250), che già scricchiola. Perché nei partiti maggiori sono in molti a rifiutare l’intesa. “É necessario che Alfano convochi il partito per discutere su un argomento vitale per la politica e per il Paese – ha dichiarato il senatore del Pdl Altero Matteoli – senza una sintesi le conseguenze possano essere gravissime”. Come quelle previste per il Pd da Arturo Parisi: “Il vertice del Pd, ovvero Violante per conto di D’Alema e Bersani, hanno intrapreso questo viaggio a ritroso, hanno fatto l’accordo con gli altri e poi lo sottoporranno all’assemblea a cosa fatta. Mi chiedo se i dirigenti non debbano tornare ai loro vecchi partiti. L’accordo è un imbroglio, perché la maggior parte degli eletti sarà scelto dalle segreterie dei partiti, questo è unporcellinum”. Ma anche i partiti minori non ci stanno. “Se la riforma della legge elettorale sarà quella che si legge sui giornali, ci sarà una reazione durissima, innanzitutto contro il Pd” ha minacciato Nichi Vendola. Se finirà come tutte le volte negli ultimi dieci anni, il leader di Sel può dormire sonni tranquilli.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

  

In Toscana il 36% non usa il pc e il 38% non è online

Il 36% dei toscani fra i 16 e i 74 anni non ha mai usato un pc e il 38% non si è mai connesse a internet (in Italia le percentuali sono rispettivamente al 39 e al 41: questo colloca la Toscana in una posizione di sostanziale vantaggio. Ma nel Nord Europa si scende al di sotto del 10%, fino alle “digitalizzatissime” Islanda e Norvegia dove soltanto il 4% dei cittadini in quella fascia di età non ha mai usato il computer e dove appena il 5% delle persone non si è mai connesso ad internet).

Il dato – uno fra i tanti contenuti nel rapporto 2011, edito da Regione Toscana, su “La società dell’informazione e della conoscenza in Toscana” – è servito alla vicepresidente Stella Targetti come base per la sua relazione alla IX assemblea di RTRT (Rete Telematica Toscana) svolta a Firenze presso l’auditorium “Cosimo Ridolfi”.

Una situazione giudicabile come media rispetto a quella italiana, sul possesso dei computer da parte delle famiglie toscane: se nel 2002 il computer era presente in 41,4 famiglie toscane su 100, nel 2010 siamo saliti a sfiorare il 58% (57,8) con un grado di penetrazione che è lo stesso rispetto all’Italia (57,6%) mentre l’accesso a internet, in Toscana, riguarda il 53,6% delle famiglie con un dato stavolta superiore, sia pure di poco, rispetto a quello nazionale (52,4%).

Osservando i motivi per cui il 47% delle famiglie toscane non possiede l’accesso a internet, la Toscana (erano possibili più risposte) risponde con un 39,8% che fa riferimento a “mancanza di capacità” e con un 28% che non ritiene utile il web. Seguono altri motivi (l’accesso a internet da altro luogo con il 12,9%, il costo del collegamento con il 7,4%, la disabilità fisica con il 2,8%, i motivi di privacy con il 2,4%, altri motivi con un 16,9%) fino a chi (1,9%) giudica “pericolosi” i contenuti di internet.

Un altra tabella fa presente che nell’ultimo anno il 52,3% dei toscani over 3 anni ha usato un pc mentre, sempre nell’ultimo anno, a essersi connesso con internet è il 50,9% dei toscani over 6 anni (in Italia siamo, rispettivamente, al 51,0% e al 48,9%). Agli estremi opposti di questa particolare classifica sull’utilizzo del pc e di internet il Piemonte e la Sardegna.

Il rapporto si occupa anche degli strumenti tecnologici posseduti dalle imprese: il 93,6% delle imprese toscane con almeno 10 addetti ha accesso a internet per lo più con connessione a banda larga (in pratica il dato nazionale è identico). Il 41,9% degli addetti alle stesse imprese toscane usa il pc almeno una volta a settimana (il dato nazionale è lievemente superiore: 42,6%). La maggior parte delle connessioni (82%) avviene, nelle imprese, su banda larga fissa: il dato nazionale è all’84,1%. Il raffronto europeo sul livello di connessione delle imprese attraverso banda larga (fissa e/o mobile) posiziona l’Italia nella parte bassa della classifica (fanno peggio di noi anche Austria e Grecia, ma fanno meglio, Cipro e Portogallo. Le posizioni alte – con il 93, il 95 e il 96% di copertura con banda larga – in Francia, Spagna, Islanda e Finlandia).

Il 63,6% delle imprese toscane (sempre con almeno 10 addetti) ha un sito web (in Italia ci si ferma al 61,3%). Meglio di noi fanno le aziende umbre, lombarde, friulane, emiliano-romagnole, venete e quelle del Trentino-Alto Adige (dove si arriva al 74,6% di diffusione dei siti web). Peggio fanno le aziende delle altre 13 regioni italiane. In ambito europeo il dato migliore (89%), sempre come possesso di un sito aziendale web, spetta alle aziende svedesi.

Tornando ai cittadini (le persone con più di 6 anni che hanno usato internet negli ultimi 12 mesi per operazioni che sanno effettuare), il 94% sia dei toscani che degli italiani usa la rete per collegarsi a motori di ricerca, l’85,3% dei toscani (e l’82,5 degli italiani) per spedire e-mail.

I toscani chattano un po’ più del resto dei connazionali (56,7% contro il 55%), telefonano di più con internet (38,9% sul 34,4%), scambiano più file musicali (27,4% sul 23,3%) e creano più pagine web (19,2% contro il 18,5%). Quest’ultimo dato, relativo a conoscenze meno diffuse, dimostra comunque come quasi un internauta su 5, in Toscana, è in grado di pubblicare da sé sul web.

Cresce, in Toscana, il numero delle persone che sul web cercano informazioni sanitarie: nel 2009 erano il 36,7 (ovviamente dei connessi al web) e l’anno successivo sono saliti al 40,5%. In crescita anche i toscani che, sul web, leggono i giornali (dal 44,4 al 48,1 sempre nel biennio 2009/2010) così come i corregionali che, nel web, cercano notizie per viaggi e soggiorni (dal 48,4 al 50,3%).

Diminuisce, invece, la percentuale di chi sul web cerca lavoro (dal 14,5 al 13,5) e questo – insieme allo scaricamento di software, dal 29,5 al 29,2% – è l’unico settore con segno negativo.

In aumento i toscani che la tv e la radio la guardano e la ascoltano sul pc (in un anno sono saliti dal 26,9 al 30%). Ma la funzione in assoluto più gettonata dagli internauti toscani (dal 63,9% del 2009 al 67,7% dell’anno successivo) è quella relativa all’ottenimento di notizie su merci e servizi.

Fonte: Nove da Firenze 

  

Ordine del giorno, Consiglio Comunale del 29.03.2012

Il Consiglio Comunale di San Miniato è convocato in seduta ordinaria, nel Palazzo Comunale, per GIOVEDI’ 29 MARZO 2012 alle ore 14.00 e proseguirà, per i punti non trattati, VENERDI’ 30 MARZO 2012 alle ore 14.00 per il seguente

ORDINE DEL GIORNO

1. Comunicazioni del Presidente e del Sindaco;

2. Approvazione verbale della seduta consiliare del 10.02.2012. (Settore Servizi Generali e di Supporto – Servizio Segreteria Generale e Servizi di Supporto).

3. Risposta a interrogazione presentata in data 10.02.2012 dal Gruppo Consiliare “Comunisti Uniti” ad oggetto “Disattivazione servizio idrico utenze domestiche”.

4. Risposta a interrogazione presentata in data 10.02.2012 dal Gruppo Consiliare “Popolo della Libertà” ad oggetto “Verifica ICI organizzazioni non religiose”.

5. Mozione presentata dal Gruppo Consiliare “Comunisti Uniti” e dal Gruppo Consiliare “Sinistra Ecologia Libertà” ad oggetto: “Campagna di obbedienza civile”.

6. Mozione presentata dal Gruppo Consiliare “Comunisti Uniti” e dal Gruppo Consiliare “Sinistra Ecologia Libertà” ad oggetto: “Abolizione esenzione I.MU. per immobili di proprietà degli enti religiosi e non profit di natura commerciale”.

7. Mozione presentata dal Gruppo Consiliare “Partito Democratico” ad oggetto: “Per l’unione dei comuni”.

8. Regolamento Imposta Municipale Propria (I.MU.). Approvazione. (Settore Programmazione e Gestione delle Risorse – Servizio Tributi).

9. Imposta Municipale Propria (I.MU.). Determinazione aliquote anno 2012. (Settore Programmazione e Gestione delle Risorse – Servizio Tributi).

10. Addizionale Comunale IRPEF (Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche). Modifiche al Regolamento per la disciplina dell’addizionale comunale all’IRPEF e determinazione aliquote per l’anno 2012. (Settore Programmazione e Gestione delle Risorse – Servizio Tributi).

11. Regolamento per l’applicazione della Tariffa di Igiene Ambientale (T.I.A.). Modifiche. (Settore Programmazione e Gestione delle Risorse – Servizio Tributi).

12. Tariffa di Igiene Ambientale (T.I.A.). Approvazione del piano finanziario e determinazione tariffe per l’anno 2012. (Settore Programmazione e Gestione delle Risorse – Servizio Tributi).

13. Regolamento per l’adesione all’Accertamento. Modifiche. (Settore Programmazione e Gestione delle Risorse – Servizio Tributi).

14. Istituzione Centro di Ricerca e Documentazione sull’Infanzia “La Bottega di Geppetto”.  Approvazione Piano Programma anno 2012, Bilancio di Previsione economico 2012 e Bilancio economico pluriennale 2012/2014. (Settore Servizi alla Persona e Politiche di Solidarietà – Servizi Educativi).

15. Programmazione dei contratti per forniture e servizi anno 2012, ai sensi dell’art. 29 della Legge Regionale Toscana n. 38/2007. Approvazione. (Settore Settore Servizi Generali e di Supporto – Servizio Segreteria Generale e Servizi di supporto).

16. Piano delle alienazioni e valorizzazioni immobiliari 2012-2014 (art. 58 della Legge n. 133 del 6 agosto 2008 modificato dall’art. 27 del Decreto Legge n. 201 del 6 dicembre 2011 convertito con Legge del 22 dicembre 2011 n. 214 recante disposizione urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici). Approvazione. (Settore Lavori Pubblici, Grandi Opere e Infrastrutture).

17. Programma Triennale 2012/2014 ed Elenco Annuale 2012 dei Lavori Pubblici (art. 172 Lett. d) del T.U.E.L. “Testo Unico delle Leggi sull’ordinamento degli Enti Locali” approvato con D. Lgs. n. 267 del 18.08.2000 e D. Lgs. n. 163/2006). Approvazione. (Settore Lavori Pubblici, Grandi Opere e Infrastrutture).

18. Art. 3, comma 55, Legge n. 244/07 (Legge Finanziaria 2008). Contratti di collaborazione autonoma. Approvazione programma per l’anno 2012. (Settore Programmazione e Gestione delle Risorse).

19. Azienda Speciale Farmacie San Miniato. Bilancio di previsione 2012. Bilancio Pluriennale 2012/2014, Piano di Programma 2012 e Piano Investimenti 2012/2014. Approvazione. (Settore Programmazione e Gestione delle Risorse – Servizio Risorse Finanziarie).

20. Bilancio di Previsione 2012, Relazione Previsionale e Programmatica e Bilancio Pluriennale 2012/2014. Approvazione. (Settore Programmazione e Gestione delle Risorse – Servizio Risorse Finanziarie).

21. Programma Aziendale Pluriennale di Miglioramento Agricolo Ambientale con valore di piano attuativo dell’azienda agricola Fattoria Poggio al Pino di Nieddu Giovanni, adottato con delibera CC n. 56 del 30.06.2010 (pratica 4/2006/PU). Presa d’atto assenza di osservazioni. Approvazione. (Settore Pianificazione del Territorio e Attività Produttive).

22. Programma Aziendale Pluriennale di Miglioramento Agricolo Ambientale con valore di piano attuativo dell’azienda agricola Fattoria Poggio al Pino ‘Il Torrino’ di Nieddu Antonio, adottata con delibera CC n. 57 del 30.06.2010 (pratica n. 15/2006/PU). Presa d’atto assenza di osservazioni. Approvazione. (Settore Pianificazione del Territorio e Attività produttive).

23. Piano di Recupero per la demolizione di complesso edilizio rurale fatiscente denominato podere Montepetardo in via I° Maggio e trasferimento della SLP per la costruzione di tre edifici di civile abitazione in via Maremmana e via Costa, proponente soc. Immobiliare Le Colline srl ed altri (pratica n. 03/2011/PU). Adozione. (Settore Pianificazione del Territorio e Attività Produttive).

24. Variante al piano attuativo n. 2003/551 per realizzazione di complesso polifunzionale costituito dalla nuova sede della Casa del Popolo della frazione La Serra e strutture sportive, adottata con delibera CC n. 68 del 27.10.2011, proponente soc. cooperativa La Serra (pratica n. 07/2011/PU). Presa d’atto assenza di osservazioni. Approvazione. (Settore Pianificazione del Territorio e Attività Produttive).

25. Società della Salute Valdarno Inferiore. Variazione sede legale e modifica art. 2, c. 2 della Statuto e dell’art. 2, c. 2 della convenzione costitutiva. (Settore Servizi alla Persona e Politiche di Solidarietà).

26. Concessione in uso all’attuale gestore Cuoio-Depur s.p.a., ai sensi dell’art. 12 della Legge Regionale n. 50 del 10/10/2011, dell’impianto di depurazione di acque reflue a carattere prevalentemente industriale di proprietà comunale, posto in San Miniato località San Romano Via Arginale Ovest 81. Approvazione modifiche alla convenzione in vigore. (Settore Lavori Pubblici, Grandi Opere e Infrastrutture).

  

Take it easy! Il 26 marzo c’è la Giornata Mondiale della Lentezza

Stanchi dei ritmi frenetici e del tran-tran quotidiano? L’occasione per prendersi una pausa e staccare la spinaalmeno per un giorno è quanto mai vicina. Il 26 marzo, infatti, si celebra a Milano la sesta edizione della Giornata mondiale della Lentezza, un’iniziativa promossa dall’associazione di volontariato ‘L’arte di vivere con lentezza’ nata con l’obiettivo di creare un momento di riflessione sugli effetti negativi del vivere a folle velocità a cui siamo purtroppo sempre più abituati.

Rallentare, riflettere, vivere in maniera slow per almeno un giorno, dedicarsi ad un’attività più ‘lenta’, o più semplicemente, scegliere di non fare un bel niente. È questo lo spirito dell’evento ideato per catalizzare l’attenzione sui danni ambientali, economici e sociali che la frenesia della vita moderna ha prodotto finora.

Uno dei poli principali dell’appuntamento milanese sarà la zona tra Piazza San Babila e Piazza Duomo, dove speciali ‘vigili della lentezza’ saranno pronti a multare i passanti più frettolosi. E poi giochi di strada, animazione e la distribuzione dei ‘Comandalenti e Comandamori’, vale a dire il vademecum del perfetto cittadino lento.

Dal 27 marzo in poi, la manifestazione valicherà i confini nazionali per trasferirsi a Londra dove si estenderà per un’intera settimana. A quelle di Milano e Londra si aggregheranno centinaia di iniziative promosse in svariate città del mondo, il cui elenco sarà presto disponibile sul sito www.vivereconlentezza.it

E voi, cosa aspettate? Siete disposti a lasciare a casa, almeno per un giorno, orologio e cellulare?

Fonte: TuttoGreen.it 

  

TuttoBio 2012: mercato a tutto GAS, filiera più corta

Cresce il chilometro zero e la filiera del biologico diventa sempre più corta, con un ruolo importante dei GAS, i Gruppi d’Acquisto Solidale, tradizionalmente attenti ai prodotti del territorio. È questo l’elemento chiave che emerge guardando i dati del triennio 2009-2011 relativi ai diversi operatori del settore, contenuti in Tutto Bio 2012, l’annuario del biologico a cura di Achille Mingozzi e Rosa Maria Bertino del portale-banca dati BioBank, da poco in libreria. Un affresco puntuale del mondo biologico nazionale, che affianca l’analisi dei dati e il racconto degli aspetti più innovativi (quest’anno le fattorie didattiche e la biocosmesi) a una vera e propria guida pratica con 9.500 indirizzi tra aziende con vendita diretta (2.535), agriturismi (1.349), mercatini (213), gruppi di acquisto (861), ristoranti (267), negozi (1.212), siti di e-commerce (167), mense scolastiche (1.116) e altri operatori del settore.

In questo scenario, i soggetti più interessanti sono senza dubbio i GAS, «instancabili protagonisti della progettualità e della sperimentazione verso nuovi stili di vita. Nell’ultimo triennio sono cresciuti del 44%, e si avvicinano ai 900, con almeno altrettanti gruppi informali». In aumento anche la vendita diretta, l’aspetto più immediato del chilometro zero: le aziende con uno spaccio sono passate da 2.176 nel 2009 a 2.535 nel 2011, +16% in tre anni. «A trainare la crescita sono soprattutto quelli aperti da aziende agricole, ad un ritmo doppio rispetto a quelli aperti dagli agriturismi».

Trend molto positivo anche per le mense scolastiche con tutto il menù bio o una o più portate biologiche, passate da 837 nel 2009 a 1.116 nel 2011, con un + 33%. «Nonostante la crisi, sulla scelta del biologico nelle scuole non si torna indietro. Anzi, un nuovo impulso dovrebbe ora arrivare dall’adozione dei criteri ambientali minimi, da parte delle pubbliche amministrazioni, per l’acquisto di prodotti e servizi nel settore della ristorazione collettiva e nella fornitura di derrate alimentari. Lo prevede il decreto sugli “appalti verdi” pubblicato il 21 settembre 2011 sulla Gazzetta Ufficiale. E la cosa assume ancora più rilievo, dato che si tratta di un canale commerciale importante per le materie prime bio, con un giro d’affari stimato intorno ai 275 milioni di euro», spiega il rapporto.

Se si vanno poi a osservare i dati degli altri canali d’acquisto, negozi, supermercati ed e-commerce, si trovano anche qui percentuali di crescita significative. Nell’ultimo triennio, i siti che vendono on line sono aumentati del 27%, passando da 132 a 167. «In gran parte sono siti di aziende che propongono solo prodotti bio (54 siti), oppure molti prodotti bio (23) o alcuni prodotti bio (31). Crescono i siti dei negozi bio (31) e quelli di e-commerce vero e proprio (22), scendono i siti di e-commerce convenzionale con reparto bio (6)».  I negozi e supermercati sono cresciuti del 7%, passando nell’ultimo triennio da 1.132 a 1.212. Rappresentano «un canale commerciale che continua ad essere basilare e primario per il settore, con un giro d’affari stimato intorno ai 700 milioni di euro, contro i 440 realizzati con le vendite di prodotti bio nella grande distribuzione». Tra il 2010 e il 2011 sono «quasi un centinaio le nuove aperture rilevate, poco meno di metà le chiusure. In pratica, per ogni negozio che chiude ne aprono due». Diminuiscono invece del 5% i mercatini, passati da 225 a 213: «In particolare, quelli organizzati in collaborazione con i Comuni risentono di un quadro di incertezza, ma spesso sono in difficoltà  le associazioni che li promuovono o semplicemente l’iniziativa non ha suscitato l’interesse atteso. Ma resta una certa vivacità d’iniziativa, se è vero che sono 24 i mercatini che iniziano o riprendono la loro attività. Dei 213 mercatini bio, promossi da associazioni, comuni, pro-loco e consulenti, 22 sono mercatini della biodiversità tra vecchi semi, frutti antichi e animali perduti».

Per quanto riguarda le strutture ricettive e di ristorazione, le percentuali di crescita sono a due cifre. Dal 2009 al 2011, ristoranti, bar e tavole calde biologici sono aumentati del 17%. «Crescono le formule più veloci, più libere e meno costose, come caffetterie, bistrot, gastronomie, gelaterie e frutterie». Ma «la vera novità degli ultimi anni» è «l’ingresso del biologico in tante realtà convenzionali, per una scelta salutistica e ambientale o per la qualità e l’eccellenza delle materie prime». Nell’ultimo triennio, sono cresciuti del 10% anche gli agriturismi, passando da 1.222 a 1.349. Alle strutture classiche si sono via via aggiunte «aziende bio che offrono ospitalità nel segno della mutifunzionalità. Alla produzione agricola di base hanno infatti affiancato nel tempo la trasformazione delle proprie produzioni, la vendita dei prodotti freschi e trasformati nello spaccio aziendale, l’attività didattica con bambini e ragazzi delle scuole fino all’accoglienza turistica vera e propria con ristorazione e pernottamento».

E proprio alle fattorie didattiche biologiche è dedicato il focus di Tutto Bio 2012: «Sono posti dove si fa e dove si insegna, ma non solo: nelle aziende agricole che accolgono studenti e adulti desiderosi di esperienze a contatto con la terra, si impara in modo non convenzionale», scrive Fabio Gavelli nell’editoriale. Censite per la prima volta nel 2011, esse sono in tutto 487: «Si tratta di 131 aziende agricole con vendita diretta e di 356 agriturismi. Considerando che le fattorie didattiche accreditate sono oltre duemila, l’incidenza di quelle biologiche sul totale è di tutto rispetto: una su quattro».

Un approfondimento è dedicato anche alla biocosmesi, un settore in crescita, ma in cui per adesso non esiste un marchio di certificazione europeo. Inseriti nell’ultimo censimento, i prodotti italiani di cosmesi e detergenza biologica o ecologica certificata sono più di 4.000, realizzati da oltre 200 aziende che hanno scelto la strada della certificazione volontaria su ingredienti e processi produttivi.

Veronica Ulivieri

Fonte: Ciacci Magazine 

  

No-TAV, Informare per resistere

No alla TAV. Perchè?

Perché è inutile: i traffici merci e passeggeri sulla direttrice Torino – Lione sono in costante diminuzione. La linea storica Torino – Modane su cui viaggiano Treni AV francesi è sfruttata solo al 30% delle sue potenzialità e il suo eventuale potenziamento comporterebbe costi certamente minori. 

Perché è dannosa per l’ambiente e la salute: l’inquinamento da amianto e uranio, ampiamente presenti nel sottosuolo valsusino, metterebbe in pericolo la salute di 10 mila persone.

Perché è un enorme spreco di denaro pubblico: la TAV doveva costare 3,6 mld , adesso a progetto supera i 20 mld e questi sono solo i preventivi che in Italia sistematicamente raddoppiano o triplicano. Per la TAV Torino – Milano abbiamo speso 79 mln € a Km mentre la Francia ne spende 10 e la Spagna 9.

Perché sottrae investimenti a Scuola, Sanità e Innovazione: ogni metro di TAV è una culla di asilo nido, un banco di scuola, un posto letto di ospedale in meno. Si tagliano servizi sociali e si aumentano le tasse ma si decide di investire 20 mld  di soldi pubblici in un’opera che non serve.

Per questi e altri mille motivi abbiamo deciso di organizzare un banchetto d’informazione sul perché dire NO alla TAV Sabato 17 marzo dalle 8:00 alle 13:00 al Mercato di Ponte a Egola (Piazza G. Rossa). Se i politici non dicono niente di preciso sui motivi per i quali sia necessaria quest’opera e si limitando tutti i giorni a costatare che “non si può più tornare indietro“, noi crediamo che per bloccare la TAV sia necessario prima di tutto informare gli italiani.

Durante la mattinata sarà proposta anche l’iniziativa “La voce al cittadino”, nient’altro che una raccolta di idee per San Miniato. Chiunque avrà l’occasione di compilare un questionario per esprimere un parere sulle questioni legate al nostro territorio con l’opportunità di esporre liberamente eventuali disagi, consigli o idee da cui partire per costruire ciò che abbiamo tutti a cuore: il bene comune.

  

Le Regioni ignorano il decreto del governo e non tagliano assessori e consiglieri

La legge 138/2011 che prevedeva la riduzione dei componenti dei consigli da 1.100 a 700 e degli uomini di giunta da 211 a 148 resta lettera morta. I Comuni sul piede di guerra: l’Anci denuncia la disparità di trattamento tra gli enti.

Quattrocento consiglieri e centocinquanta assessori regionali di troppo, 110 enti enti che sulla carta erano da abrogare ma che sono rimasti in piedi. Almeno per ora. I furbetti della finanza pubblica hanno nome e cognome. Sono le Regioni e le Province d’Italia che erano chiamate a una cura dimagrante ma che sono riuscite a evitare abilmente tutti i tagli, compresi quelli al numero delle poltrone, alle indennità, ai trattamenti previdenziali e al numero degli enti provincia.

Le riduzioni erano previste dalla manovra di Ferragosto e dovevano arrivare entro il 13 febbraio per essere applicate alle prime elezioni, le amministrative di maggio. E invece tutto il corredo di tagli della legge 138/2011 è rimasto lettera morta. A denunciarlo è un dossier del Sole24Ore che mette in fila numeri e metodi che hanno consentito agli enti regionali e provinciali di fare esattamente il contrario del dettato legislativo: mentre l’Italia dibatteva di ridurre costi e poltrone, Regioni e Province non solo non facevano nulla per adeguarsi, ma facevano crescere la spesa corrente come nulla fosse. I conti sono presto fatti. Le legge indicava alle Regioni di ridurre il numero dei consiglieri da 1.109 a 700. A dover fare i sacrifici maggiori erano quelle con un numero di poltrone abonorme rispetto alle media. La Sicilia, ad esempio, doveva passare da 90 a 50 consiglieri, la Sardegna da 80 a 30. Niente di tutto questo. Oggi, a sei mesi dalla legge, le uniche regioni che hanno ridotto le poltrone sono Veneto e Toscana che sono passate rispettivamente da 60 a 50 consiglieri e da 90 a 50. Lombardia ed Emilia erano già in linea col provvedimento e infatti non hanno modificato la composizione dei rispettivi consigli.

Le altre, pur avendo consiglieri in eccesso, non hanno fatto proprio nulla. Un problema per la finanza pubblica perché ogni consigliere – con differenze territoriali forti – guadagna dai 6mila ai 15mila euro al mese. Anche prendendo una media di 10 per le 409 poltrone che si voleva abolire il conto per i cittadini e per la finanza pubblica è di 4 milioni al mese. Stesso discorso per gli assessori: sono 211 e il decreto indicava una riduzione a 148 con un risparmio di tre milioni. Ma anche su questo fronte la situazione è rimasta la stessa: nessuna regione ha operato tagli e il record resta al Lazio che ancora ha 16 assessori al posto dei 10 previsti.

Così la beffa è servita e lo scotto più duro da pagare tocca a chi i tagli chiesti dal governo non potrà esimersi dal farli cioè ai comuni: è in corso un tavolo tecnico con Monti che si era lasciato con una sorta di “tregua armata” ma a questo punto, vista la disparità di trattamento tra enti, riprenderà decisamente armata. Lo conferma a ilfattoquotidiano.it il direttore generale dell’Anci Angelo Rughetti che a quel tavolo partecipa insieme ai rappresentanti dei comuni e definisce la vicenda come “cronaca di una morte annunciata”.

Che nessuno avrebbe fatto le riduzioni indicate nel decreto era chiaro. La scappatoia è nella riforma del Titolo V della Costituzione che ascrive proprio alle Regioni la competenza legislativa in materia di indennità, spese, rimborsi e previdenza. Un caso unico in Europa perché in genere è un soggetto terzo a disciplinare queste materie invece in Italia questa compentenza è risconosciuta in via eslusiva alle Regioni. Il risultato è che queste dovendo decidere per sé fanno quello che vogliono e lo Stato può emanare norme di carattere nazionale che per loro sono solo di indirizzo senza obbligo giuridico”. E così è andata per le Regioni. La questione però si fa economica e non solo politica. Sia per le cifre in ballo, sia per i sacrifici che invece sono rischiesti con valore di legge ai comuni, ormai colpiti dalla sindrome di Calimero. “Per noi, al contrario, il Dl 78 e il 138 hanno forza di legge e quindi le riduzioni di poltrone e indennità hanno effetto immediato. Alle prossime elezioni di maggio le amministrazioni si voterà per eleggere amminsitrazioni con un numero di consiglieri ridotti della metà, da 12 a 6 con l’aggravio che basterà che due consiglieri cambino idea su un piano regolarore che la maggioranza potrà saltare con conseguenze nefaste per l’aumentato potere dei singoli rispetto all’andamento generale della macchina pubblica”.

Ma che le cose sarebbero andate così c’era più di un sospetto quando la commissione guidata dal presidente dell’Istat Giovannini fu chiamata ad analizzare i costi degli enti locali. “Noi abbiamo portato puntualmente i compensi netti e lordi degli amministratori locali, le Regioni non hanno portato nulla”. Sempre con la scusa del federalismo e dell’autonomia. Il risultato è un divario crescente con la spesa dei comuni che si è ridotta (come pure gli investimenti) e quella di Regioni e Province che non solo è rimasta uguale ma è addirittura aumentata. “Le spese dei comuni sono sotto controllo perché l’aumento è standardizzato all’inflazione. Quella degli enti Provincia che si voleva abolire è aumentata di 6 miliardi. Quella delle regioni aumenta con un artificio: avendo competenze in materia sanitaria le Regioni riescono a qualificare com spesa sanitaria anche quello che non lo è e siccome è una voce incomprimibile hanno facile gioco nell’ottenere quanto chiedono, con un effetto  moltiplicatore dei costi per la finanza pubblica”. Insomma come e più di prima.

Se non bastasse quel decreto disatteso nei fatti è anche impugnato presso al Corte Costituzionale da tutte le Regioni, a scanso di equivoci. Così sul tavolo del Governo resta solo la finanza locale dei comuni da tagliare. “Per questo al prossimo incontro con l’esecutivo porremo la questione della disparità di trattamento che va contro l’articolo 114 della Costituzione e contro i cittadini”, dice Rughetti. Ma i comuni hanno effettivamente risparmiato? “Si, lo dice la Corte dei Conti. Nel 2010 la spesa per 8mila amministrazioni era di 70 miliardi, nel 2011 è scesa a 64,6”. E poi c’è un punto irrisolto, la disparità tra trattamento economico e responsabilità: “I consiglieri regionali non hanno responsabilità amministrativa ma solo politica eppure guadagnano il doppio di un sindaco di città capoluogo di provincia. Un sindaco può essere chiamato in giudizio con profili di responsabilità penale, contabile e civile. E nel 90% dei casi ha compensi da fame.  Questo sistema che privilegia alcuni e mette sotto torchio sempre i soliti non può più reggere. Questo diremo a Monti”.

Fonte: Il Fatto Quotidiano 

  

QUANTO CI COSTANO I PARTITI

costi dei partiti in Italia sono stratosferici. Me ne occupo nel mio libro “Partiti Spa” mi occupo dei costi dei partiti e non degli stipendi dei parlamentari. Pensiamo, ad esempio, che un’elezione per il rinnovo di Camera e Senato ci costa 500 milioni di Euro, altri 200 milioni di Euro ci costano più o meno le regionali e poi ci sono tutta una serie di finanziamenti diretti e indiretti dei partiti che fanno lievitare il costo collettivo a livelli altissimi.

finanziamenti diretti sono i cosiddetti rimborsi elettorali, che sono un vero e proprio finanziamento, ma non si chiama così perché un referendum nel 1993 ha abolito il finanziamento, quindi li hanno ribattezzati rimborsi elettorali, ma è un nome fittizio perché in realtà un partito può non avere nessuna spesa o pochissime spese e avere diritto a milioni e milioni di Euro di rimborsi.

Cosa fanno i partiti con questi soldi?

Questa è la domanda che ci facciamo tutti, perché in realtà nei bilanci ci sono delle voci di spesa ma non sappiamo realmente se quei soldi sono stati spesi così oppure no.Del resto i Revisori dei Conti della Camera, cioè il massimo organo di controllo sui bilanci dei partiti, nella relazione scrivono che non possono fare un controllo di merito sulle spese dei partiti, perché la legge non gli consente di farlo. Possono fare solo un controllo formale, cioè se ci sono le voci che devono esserci, il bilancio è ok. Ma poi quello che fanno realmente con i soldi non lo sappiamo! Diciamo che manca la trasparenza e di questo si sono accorti i partiti dopo che sono successi, nelle ultime settimane, una serie di scandali molto gravi, legati al finanziamento illecito dei partiti. Ora stanno presentando in Parlamento delle proposte di legge per correggere questo aspetto della trasparenza, perché non è possibile che i partiti che sono finanziati con centinaia di milioni di Euro ogni anno, abbiano gli stessi doveri di rendicontazione che ha una bocciofila o un circolo del tennis. In realtà dovrebbero rispettare le regole di contabilità, di trasparenza delle vere e proprie Spa, perché sono macchine che inghiottono tantissimi soldi pubblici e dunque dovrebbero rendicontare centesimo per centesimo alla collettività come usano i soldi.*

I finanziamenti illeciti sono ormai prassi… 

Diciamo che il finanziamento illecito è meno facile da quantificare ovviamente, perché è illecito, è sommerso, e non c’è una contabilità delle mazzette. La Corte dei Conti ha fatto una stima che è impressionante, 60 miliardidi Euro il giro di soldi legati alla corruzione in Italia, a 20 anni da Mani Pulite. Il bilancio quindi è abbastanza negativo, se non drammatico, nel senso che non sembra che il finanziamento pubblico che in questi 20 anni è molto aumentato ai partiti, abbia tolto ai partiti l’abitudine di andare a pescare, a chiedere tangenti e soldi in modo illecito. L’inganno del finanziamento pubblico che era stato introdotto decenni fa proprio per limitare il fenomeno della corruzione (perché si pensò che se era lo Stato a dare i soldi ai partiti, i partiti non avrebbero più cercato soldi illeciti) è stato un errore tragico.

Il danno economico della corruzione è evidente, ma c’è anche uno spreco di risorse pubbliche nel finanziamento lecito dei partiti (il più alto d’Europa), e poi c’è un danno politico nel senso che questo fenomeno crea una sfiducia collettiva verso la politica che se è giustificabile sulla base di quello che i partiti riescono a non fare, è però anche pericolosa perché alla fine crea una specie di sfiducia nelle istituzioni e si arriva alla solita massima popolare per cui “tanto rubano tutti“.

Le soluzioni per uscire da questa situazione la devono trovare i partiti, nel senso che abbiamo fatto un referendum per togliere il finanziamento pubblico ed è stato subito reintrodotto. Sono i partiti che devono riformare se stessi. E’ la casta che deve riformare se stessa e abbiamo visto spesso che la casta non ha così tanta voglia di riformare sé stessa! *

*testo estratto da  Intervista Video

Fonte: Cadoinpiedi.it

  
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