Con 21 voti a favore e 7 astenuti il Consiglio regionale ha dato il via libera alla legge che intende favorire le unioni e le fusioni dei comuni toscani

Firenze – Favorire le unioni e le fusioni dei comuni per semplificare le relazioni fra gli enti locali e ridurre le spese. Questo è l’obiettivo della riforma delle autonomie toscane approvata dal Consiglio regionale con 21 voti a favore e 7 astenuti. Assieme alla legge, che unifica diverse discipline, è stato approvato, sempre a maggioranza, un ordine del giorno con cui l’Assemblea impegna la Giunta a prevedere, a favore dei comuni aventi diritto, una percentuale dei fondi a disposizione per l’attuazione della riforma non superiore a un quarto di quella spettante a ciascuno dei comuni che hanno aderito alle unioni.
Si tratta di una riforma che, in merito ai “costi della politica”, recepisce gli indirizzi della legislazione nazionale. La costituzione di unioni di comuni e le fusioni, che la Regione Toscana favorirà attraverso incentivi, potranno infatti determinare una cospicua riduzione delle spese.
La riforma attua la normativa statale per l’esercizio associato delle funzioni dei comuni ed individua le principali aggregazioni a livello intercomunale e interprovinciale. In 35 diversi “ambiti di dimensione adeguata” sono raccolti tutti i comuni interessati, esattamente 107, e il circondario dell’Empolese Valdelsa diverrà un’unione di comuni.
Le unioni saranno chiamate a svolgere un ruolo nuovo, specie per i comuni più piccoli. Tali organi, infatti, dovranno essere in grado, sul piano istituzionale, di costruire un indirizzo politico ed amministrativo unitario e dovranno svolgere le proprie funzioni con continuità adeguando la composizione al mutare del numero dei comuni aderenti.
Non ci saranno particolari oneri aggiuntivi per il bilancio regionale, ad eccezione di un fondo di rotazione di 2 milioni di euro, che poi rientreranno nella disponibilità regionale, e di un fondo di sostegno agli enti locali che intendono ridurre il loro indebitamento.
Le unioni saranno costituite da un consiglio, da una giunta e da un presidente. Il consiglio sarà l’organo di indirizzo e di controllo politico-amministrativo. Esso sarà composto di norma dal sindaco e da due consiglieri comunali, uno di maggioranza e uno di minoranza, di ciascun comune associato. Nel caso di comuni con più di 10 mila abitanti, i consiglieri saranno quattro, due di maggioranza e due di minoranza. In ogni caso sarà lo statuto di ogni unione, che garantirà anche la rappresentanza di genere, a disciplinare nei dettagli la composizione del consiglio, con possibili integrazioni nei limiti fissati dal Testo unico degli enti locali.
L’organo esecutivo, vale a dire la giunta, sarà composta da tutti i sindaci dei comuni associati ed eleggerà al proprio interno un presidente. Sarà sempre lo statuto a stabilire la durata del suo mandato ed a fissare i criteri per la rotazione.
Con questa riforma la Regione intende promuovere anche la fusione dei comuni, in particolare di quelli obbligati all’esercizio delle funzioni fondamentali. Due o più comuni confinanti, appartenenti alla stessa provincia, potranno chiedere alla Giunta toscana di presentare la relativa proposta di legge. Se tale legge non prevede contributi specifici, sarà concesso un contributo pari a 150 mila euro per ogni comune originario per cinque anni, fino ad un massimo di 600 mila euro per il nuovo comune, a decorrere dall’anno successivo all’elezione del nuovo consiglio comunale.
Al contempo le comunità montane dovranno essere estinte con la loro trasformazione in unioni di comuni, alle quali saranno conferite tutte le funzioni regionali che facevano capo alla comunità montana.
La cooperazione tra Regione ed enti locali si svilupperà anche nell’ambito finanziario, con una partecipazione degli enti locali all’accertamento dei tributi regionali, con un sostegno per l’estinzione dei debiti e le dismissioni delle partecipazioni societarie.
La legge di riforma prevede inoltre anche delle regole per il patto di stabilità. Entro il 2012, infatti, i trasferimenti agli enti locali saranno sostituiti con aliquote di tributi regionali.. In questo quadro sarà istituito un fondo perequativo. Per far fronte ad esigenze temporanee di bilancio sarà istituito un fondo di rotazione per complessivi 2 milioni di euro. Ciascuna unione potrà ricevere al massimo 500 mila euro.
Le unioni dei comuni a disciplina ordinaria accederanno ai contributi regionali solo se raggiungono almeno 10 mila abitanti, oppure se verranno costituite da cinque comuni o da tutti i comuni di un ambito.
La legge non prevede limiti di accesso ai contributi per le unioni dei piccoli comuni fino a mille abitanti.
Le “buone pratiche” saranno premiate, in particolare quelle tese a garantire i servizi di prossimità come quelli postali, bancari, l’accesso a internet ed iservizi alla persona. E con la nuova legge, inoltre, saranno istituzionalizzate alcune esperienze significative come il tavolo di concertazione fra Giunta regionale ed associazioni di enti locali. Particolare attenzione verrà riservata ai territori disagiati e montani, con interventi specifici e con il fondo regionale per la montagna.
A causa dell’incertezza del quadro di riferimento nazionale, invece, la riforma delle autonomie locali non prevede normative sulla cooperazione istituzionale delle province.
Ad illustrare in Aula consiliare il provvedimento è stato Marco Manneschi, Idv, presidente della commissione Affari istituzionali, che ha sottolineato che “con le unioni e le fusioni dei comuni facciamo pulizia” e che “questa legge prepara il terreno alla futura riforma nazionale” perché “è una legge che presuppone un’analoga scelta a livello statale”.
Critico, invece, è stato Alessandro Antichi, Pdl, vicepresidente della medesima commissione, il quale ha affermato che “questa legge poteva ambire ad essere ricordata, ma il segno della novità lo dà ancora una volta la necessità di adeguare la legge regionale alla normativa nazionale”.
Per Gianfranco Venturi, Pd, invece con questa legge si apre un percorso: “lo iniziamo – ha chiarito -, certo non lo concludiamo”.
Anche secondo la capogruppo Monica Sgherri, Fds-Verdi, “su questa legge c’è stato un lavoro proficuo che apre una fase”. Ma la Sgherri ha anche messo in guardia sulla scarsa rappresentanza del genere femminile nelle assemblee elettive e negli esecutivi.
Un percorso critico su quel che comporta la riforma lo ha chiesto Nicola Nascosti, Pdl, che invita a “riflettere sulla gestione associata dei servizi”.
Il capogruppo Giuseppe Del Carlo, Udc, ha affermato che “gli incentivi sono simbolici ma significativi” e che “le unioni di comuni dovranno rappresentare l’anticamera delle fusioni”.
Pieraldo Ciucchi, Gruppo misto, ha invece elogiato il lavoro della Giunta affermando che “questa legge, mettendo al centro il comune, ha una grande valenza istituzionale”.
Dario Locci, Gruppo misto, ha affermato che “vi sono dei deficit a livello regionale ma anche a livello nazionale” e che “non c’è una vera semplificazione dei livelli istituzionali” e “manca una visione d’insieme”.
L’assessore ai Rapporti istituzionali, Riccardo Nencini, ha sottolineato che “è una legge molto buona” e che “soprattutto è la prima in Italia di questo genere”. Scopo della legge, a detta di Nencini, non poteva essere che “valorizzare e incentivare il percorso delle unioni e delle fusioni dei comuni toscani”.
In sede di dichiarazione di voto, il capogruppo Alberto Magnolfi, Pdl, ha affermato di “apprezzare il grosso lavoro svolto, ma sul piano politico la riforma non c’è”, pertanto ha dichiarato il voto di astensione.
Marco Ceccarini
Fonte: Parlamento Toscana
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