La Ventana – Lo sport e i giovani, il modello spagnolo
Mi ero ripromesso, dopo la fantozziana performance dell’Italia al mondiale, di non parlare più di calcio, ma visto che tutto sommato mi considero un microambasciatore delle cose spagnole nel Medio Valdarno mi permetto di fare una piccola celebrazione della Spagna, usando il calcio, come in altre occasioni, e come metafora e come assist argomentativo.
Una lettura superficiale del mondiale ci porterebbe a dire che la Spagna ha vinto perché era una delle migliori squadre, perché non ha commesso gli errori delle altre big e perché la sua tradizione calcistica meritava questo riconoscimento. Discorso analogo potremmo farlo del resto anche per l’Olanda.
Però ci sono due aspetti più profondi che vorrei risaltare:
1)la Spagna ha ottenuto questo successo senza metter mai in secondo piano la ricerca del gioco e facendo sfoggio, basti rivedere la finale, di fair play;
2)la Spagna è sì una squadra matura, in cui però la maggioranza dei giocatori vengono da un gruppo decennale dell’allora Under 21, rinfoltito di giovani e giovanissimi.
Al di là delle apparenti affinità la Spagna e l’Italia –e chi ha vissuto nei due paesi può tranquillamente sottoscrivere questo post- sono realtà assai differenti e forse una delle differenze che maggiormente colpisce è proprio la percezione anagrafica: a 30 anni uno spagnolo è un uomo, in Italia un adolescente.
La crisi in Spagna ha colpito duro, come in Italia, ma la percezione è forse più forte che da noi, proprio perché un trentenne se non ha famiglia, comunque ha un mutuo e una situazione economica da sostenere: in Italia invece generalmente vive con i suoi e con un po’ di accorgimenti tira avanti.
Ad inizio anni ’90 l’allora governo socialista –era l’epoca delle olimpiadi- legiferò e fomentò, tra le altre cose, lo sport e non è un caso che gli spagnoli adolescenti (veri) di allora e negli anni a seguire adesso siano leader in quasi tutti gli sport più mediatici: calcio, tennis, ciclismo, moto, formula 1, ecc.
Investimenti, programmazione, sacrificio, responsabilizzazione.
A chi servono queste parole in Italia? Chi può usarle, senza bluffare, parlando di un’azienda importante o di un’amministrazione?

















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