Paolo Bertone, 29 anni, operaio, Genova

Gabriele luglio 20, 2011 Morti sul lavoro No Comments

Paolo Bertone era già morto quel 28 febbraio scorso, quanto il portellone del rimorchio del suo camion lo centrò in pieno volto, procurandogli un gravissimo ed irreversibile trauma cranico. E’ il responso dell’esame autoptico eseguito dalla dott.ssa Benedicta Astengo sul corpo del 29enne, vittima di un infortunio sul lavoro alla Reefer Terminal e deceduto il 5 giugno scorso all’ospedale San Martino di Genova dove era ricoverato in rianimazione.

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Anonimo, 50 anni, agricoltore, Castel D’Aiano (Bologna)

Gabriele luglio 20, 2011 Morti sul lavoro No Comments

Il titolare di un’azienda agricola di Castel D’Aiano, nell’Appennino bolognese, è morto schiacciato da una balla di fieno dal peso di alcuni quintali. L’incidente nel pomeriggio, poco prima delle 16.30.
L’uomo, un cinquantenne del posto, stava lavorando da solo nel fienile di sua proprietà, in via Possessione. L’agricoltore sarebbe morto sul colpo e la salma è a disposizione dell’ autorità giudiziaria. Sono state avviate indagini per ricostruire i dettagli dell’incidente.

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Domenico Di Santo, 76 anni, agricoltore, Liscia (Chieti)

Gabriele luglio 19, 2011 Morti sul lavoro No Comments

Un agricoltore di Liscia (Chieti), Domenico Di Santo, di 76 anni, è morto schiacciato dal trattore che stava manovrando. L’incidente è avvenuto nel pomeriggio in località Fontanelle. Sull’incidente sono in corso accertamenti dei carabinieri di San Buono.

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Michele Di Nunzio , 81 anni, agricoltore, Campobasso

Gabriele luglio 19, 2011 Morti sul lavoro No Comments

Un incidente mortale nei campi ad Oratino in contrada fonte nuova, si pè verificato nella mattinata di ieri. Michele Di Nunzio , 81 anni era a bordo del suo trattore Carrera,quando all’improvviso il trattore si è ribaltato ed ha schiacciato l’anziano.
Nell’incidente è rimasto ferito anche un altro uomo 65enne, trasportato d’urgenza al Cardarelli, non è in pericolo di vita. Sul posto immediatamente i Vigili del Fuoco, allertati da un altro uomo di Oratino, che hanno estratto il corpo ancora sotto il mezzo ed il 118 che ha prestato i primi soccorsi. Arrivati immediatamente anche i carabinieri per i rilievi dell’incidente e la polizia municipale.

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Non tutti i default sono uguali

Gabriele luglio 19, 2011 Notizie dal mondo No Comments

È sbagliato mettere sullo stesso piano i rischi di una crisi del debito per l’Italia e il probabile sforamento del tetto del debito pubblico negli Stati Uniti. La nostra è una crisi reale, quello americano è un problema legal-contabile, risolvibile con escamotage temporanei. E infatti il tasso d’interesse a cui una banca americana può chiedere soldi in prestito non è aumentato negli ultimi giorni. Se ne parla tanto perché la spesa pubblica sarà un tema cruciale delle prossime elezioni presidenziali Usa.

È stagione di crisi del debito pubblico. L’Italia è stata oggetto, e rimane a rischio, di attacchi speculativi. Negli Stati Uniti, è sempre più prossima la possibilità di uno sforamento del tetto del debito pubblico.

CRISI REALI E CRESI LEGALI

Assieme alla preoccupazione (giustificata) per la situazione italiana, è forse naturale provare una (magari ingiustificata) consolazione nel vedere che il colosso americano è nella stessa barca. In realtà, le due crisi sono molto differenti. La speculazione sui titoli del debito pubblico italiano è una cosa molto seria, che potrebbe portare perfino alla impossibilità per lo Stato di ottenere soldi in prestito e quindi al default, cioè all’incapacità di ripagare delle obbligazioni. Nel caso degli Stati Uniti invece questo timore non esiste. Lo Stato Usa non ha difficoltà a farsi prestare denaro (emettendo titoli). La difficoltà è meramente contabile: al tesoro Usa non è legalmente consentito emettere obbligazioni sopra un tetto massimo. È questo limite che si è prossimi a sforare. Ma se il Tesoro Usa decidesse di superare il tetto ed emettere obbligazioni, i mercati non avrebbero problemi a comprare le obbligazioni a un prezzo ragionevole. Dunque, la “crisi” Usa è un fenomeno puramente legal-contabile.
La crisi del debito pubblico italiano invece è una crisi reale. Ogni mese l’Italia deve trovare un sacco di soldi per ripagare i tanti titoli che vanno in scadenza, per estinguere i debiti contratti dallo Stato dieci, venti o trenta anni fa. Di fatto, lo si fa aprendo nuovi debiti, in una spirale che peggiora sempre più lo stato della finanza pubblica. Il timore dei mercati, cioè di chi i soldi li dovrebbe prestare adesso, è che arrivi un momento in cui lo Stato decida, sotto la mole di un debito sempre più grande, di non ripagare le obbligazioni. La tentazione per lo Stato di dichiarare fallimento (sotto pressioni politiche, si capisce) sarà tanto più grande quanto più è difficile rifinanziare il debito. Di converso, rifinanziare il debito è tanto più difficile quanto più grande è la probabilità che lo Stato andrà in fallimento: nessuno vuole prestare soldi a una entità che non li ripagherà. È per questa circolarità che la fiducia è così importante nel mercato del debito (sia sovrano, cioè degli stati, che anche debito privato). Siccome il debito pubblico italiano è troppo alto (120 per cento del Pil), è chiaro che per l’Italia il timore di un fallimento sia alto, e che quindi il mercato dei titoli di stato sia molto soggetto a crisi di fiducia.

NON C’È PREMIO PER IL PRESTITO

Si dirà: l’Italia va male, ma anche gli Usa rischiano se il tetto del debito non viene alzato. In realtà, non è vero. A un problema legal-contabile si trovano soluzioni legal-contabili. In passato si sono trovati escamotage per ovviare a problemi di sforamento del tetto del debito. Ecco come. Siccome il tetto legale del debito Usa è calcolato sulla somma delle obbligazioni verso il settore privato (buoni del Tesoro) e obbligazioni verso i dipendenti pubblici (in particolare le loro casse pensionistiche), è possibile rispettare il tetto e, allo stesso tempo, emettere più buoni del Tesoro, semplicemente riducendo, magari temporaneamente, le obbligazioni verso le casse pensionistiche pubbliche.
A riprova del fatto che la crisi debito pubblico Usa non è una vera crisi, il seguente grafico riporta il tasso d’interesse a cui una banca americana può chiedere soldi a prestito. Il tasso d’interesse non è aumentato negli ultimi giorni, nonostante l’approssimarsi dello sforamento del tetto. E dunque, i mercati sono disposti a prestare soldi alle banche senza richiedere un “premio”, un “di più” che compensi del rischio di prestare soldi in prossimità di uno sforamento del debito. Ciò suggerisce che i mercati non percepiscono un rischio di grandi stravolgimenti economici qualora il tetto venisse superato.

Se dunque il superamento del tetto del debito è una “finta crisi”, perché i giornali ne parlano tanto? La ragione è di posizionamento politico. I repubblicani vogliono accreditarsi come il partito della probità fiscale e usano il loro potere di bloccare l’innalzamento del tetto per mettere in imbarazzo l’amministrazione. Una amministrazione democratica, e perciò con una base più favorevole all’aumento della spesa pubblica.

Fonte:lavoce.info

  

Sei mesi di morti bianche

Gabriele luglio 19, 2011 Politica News No Comments


Continua inesorabilmente ad appesantirsi l’epigrafe delle morti bianche nel nostro Paese. Tant’è che nei primi sei mesi dell’anno a perdere la vita nei luoghi di lavoro sono state 255 persone.
Così nonostante i cali occupazionali nonostante la crisi economica, il bilancio si aggrava e soprattutto nel mese di giugno con 52 vittime. Ben al di sopra della media mensile registrata dall’inizio dell’anno (pari a 43 decessi). Rispetto al primo semestre del 2010 poi l’incremento è pari al 17% (lo scorso anno a fine giugno i morti sul lavoro erano 218).
E la Lombardia continua a mantenere lo sconfortante primato per numero di vittime con 37 casi, seguita dall’Emilia Romagna (22) e da Piemonte e Veneto (21). Vicinissime al podio sono anche Sicilia (20) e Toscana (19).
Più di dieci croci sul lavoro si contano anche in Puglia (12), in Campania e in Abruzzo (16).
Ultime in questa tragica graduatoria sono il Molise (2 vittime), la Valle D’Aosta (3), la Basilicata (4), l’Umbria (5) e il Friuli con la Calabria (6).
E ancora: sono otto le morti bianche registrate nelle Marche e in Trentino Alto Adige, nove in Liguria e dieci in Sardegna e nel Lazio.
Analizzando, invece, le morti bianche rispetto alla popolazione “occupata” l’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro di Vega Engineering fa emergere un’altra mappatura del problema.
In questo caso infatti a salire in cima alla classifica è la Valle D’Aosta che fa rilevare un indice di incidenza sugli occupati pari a 53,2 contro una media nazionale di 15,6; secondo l’Abruzzo con un indice di 32,4, terza la Basilicata (21), quarto il Molise (18,1) e quinto il Trentino (17,1).
Sotto la media nazionale come sempre i valori della maggior parte delle regioni che sono in cima alla graduatoria in termini assoluti. Ecco quindi che l’indice della Lombardia è pari a 8,6, a 11,2 quello dell’Emilia Romagna, a 11,3 quello del Piemonte, a 9,9 quello del Veneto.
Sul fronte dell’analisi dell’Osservatorio mestrino per macroaree italiane, il rapporto tra morti bianche e popolazione occupata più elevato viene registrato nelle Isole (14,6), seguito da quello del Nordest (11,3), dal Centro (11,1), dal Sud (10,5) e dal Nordovest (10,2).
Milano prosegue a tenere le fila delle province con 11 vittime del lavoro, seguita da Brescia e Torino (8), Bolzano e Bologna (7), L’Aquila, Savona, Chieti e Napoli (6) Rovigo, Messina, Cagliari e Roma (5).
Volgendo nuovamente lo sguardo alle incidenze è L’Aquila a far emergere il risultato peggiore con un indice pari a 53,9, seguita da Aosta (53,2), e da Gorizia (52,4). Quarta è Savona (51,3) e quinta è Rovigo (48,4).
L’agricoltura rimane il settore più colpito con il 38% delle morti bianche registrate da Vega Engineering nei primi sei mesi dell’anno, seguita dal settore delle costruzioni (23,1% delle vittime).
Mentre relativamente meno preoccupanti sono le percentuali delle vittime del lavoro registrate nel commercio all’ingrosso e al dettaglio e nelle attività artigianali (12,5%), nei trasporti, magazzinaggi e comunicazioni (6,3%o), nei servizi (4,3%), nella produzione distribuzione manutenzione di energia elettrica, acqua e gas (3,1%); nello smaltimento rifiuti (2,4%).
La caduta dall’alto, poi, è la prima causa di morte (24,7% del totale delle morti bianche). Ricordiamo che la caduta dall’alto tra gennaio e giugno 2010 aveva provocato la morte di 50 lavoratori e quest’anno le vittime sono 63. Un dato drammatico che testimonia quanto ancora vengano trascurate le misure preventive e di formazione dei lavoratori per i lavori in quota.
Seconda causa di morte è il ribaltamento di un veicolo o di un mezzo in movimento (22% dei casi), terza è lo schiacciamento dovuto alla caduta di oggetti pesanti sulle vittime (20 per cento). Si muore poi per investimento di mezzo semovente (6,3%) e per contatto con oggetti o mezzi in movimento (5,9%) o per contatto con organi lavoratori in movimento (5,5%).
La morte seguita ad un’esplosione riguarda il 2,4% delle croci bianche, l’incendio 1,2, l’1,6 muore poi per contatto elettrico diretto.
Tra le 255 persone che hanno perso la vita al lavoro nei primi sei mesi dell’anno, le donne sono 6 mentre gli stranieri sono 32 (10 solo nel mese di giugno), ovvero il 12,6£ del totale. Rumeni ed albanesi sono maggiormente coinvolti nel dramma.
La fascia d’età più a rischio è sempre quella che va dai 40 ai 49 anni con 59 vittime , seguono quindi i cinquantenni (58 vittime) e i trentenni (44). Gli ultrasessantenni deceduti sul lavoro sono 67.
Nell’elaborazione dei giorni della settimana in cui si perde la vita è il martedì a ‘diventare il giorno più nero’ con il 18,4% degli eventi mortali, seguito da lunedì e giovedì (18%).
Nel fine settimana: tra venerdì, sabato e domenica continua a consumarsi quasi il 30% delle tragedie.

Scarica il report completo

  

Campagna contro gli “affitti a nero”

Gabriele luglio 18, 2011 Notizie locali No Comments


La Sezione Valdarno Inferiore dell’Unione Inquilini Pisa comunica che sta per iniziare la propria campagna contro gli “affitti a nero”.
Infatti, dal 6 giugno scorso è entrata in vigore una norma di legge  contro i c.d. “affitti a nero”, cioè quei casi in cui un proprietario di casa affitta una propria abitazione senza registrare il contratto e frodando così il fisco.
La suddetta norma permette all’inquilino di registrare la locazione ed ottenere un contratto di locazione di quattro anni rinnovabile per altri quattro. Non solo, il contratto così ottenuto ha solitamente un canone bassissimo. Infatti, in alcuni casi abbiamo ottenuto il passaggio  da un canone “ a nero” di 800 euro ad uno regolare di 80 euro.
Possono avvantaggiarsi della suddetta norma anche chi abita in una casa in base a contratti fittizi o anche chi paga un affitto diverso da quello scritto sul contratto registrato.
Così, invitiamo chiunque fosse interessato a contattare il nostro sportello legale  (al 3313447072)  per aiutarci a mettere fine alla piaga degli affitti a nero.

  

“L’inceneritore a Napoli? Sarebbe un genocidio”

Gabriele luglio 18, 2011 Notizie dal mondo No Comments

Il professor Antonio Marfella, tossicologo e oncologo del Monaldi, rivela su Facebook i retroscena della crisi: “In Campania non esistono impianti adatti allo smaltimento di scarti industriali. Nonostante ciò, si continua a sversare illegalmente”, sia da parte della nostra regione che dal Nord Italia: “Il Veneto ci usa per smaltire i rifiuti tossici”


L’immondizia che sommerge Napoli è solo la punta dell’iceberg. I rifiuti che bruciano, spargono diossina e appestano i polmoni, rappresentano la parte visibile di un disastro che potrebbe portare conseguenze ancora peggiori: lo smaltimento illegale di rifiuti industriali, come si trattasse di semplice spazzatura domestica. A denunciare la situazione è Antonio Marfella, tossicologo e oncologo dell’ospedale Monaldi. Il professore affida le sue riflessioni a Facebook, dove definisce il progetto del nuovo inceneritore di Napoli Est come “un’autentica ed esplicita volontà di genocidio” ai danni della popolazione partenopea.

CAMPANIA E VENETO:  RIFIUTI TOSSICI A CONFRONTO – Tutto inizia da un paragone: quello tra Veneto e Campania. Il parallelo che il professor Marfella realizza con la regione presieduta dal leghista Luca Zaia parte da questa considerazione: “Ci hanno rifiutato solidarietà, in quanto attestano di smaltire in proprio, e all’interno del loro territorio, tutti i rifiuti che producono”. Affermazione che l’oncologo contesta, partendo dalla distinzione tra rifiuti urbani e industriali: “In Campania è totalmente assente qualunque tipo di discarica, ufficialmente censita e a norma, per le oltre 4 milioni di tonnellate di rifiuti industriali che vengono prodotte ogni anno”. Nonostante ciò, scrive Marfella, “questa tipologia di rifiuti continua a essere importata da fuori regione. La Regione Veneto ha esplicitamente dichiarato che i rifiuti tossici vengono smaltiti fuori dal proprio territorio. Dove? Ma a Castelvolturno, naturalmente. Così come dimostrano le indagini del magistrato Ceglie della Procura di Santa Maria Capua Vetere. la Regione Veneto – continua Marfella – non dice la verità sullo smaltimento interregionale di tutti i rifiuti prodotti”.

DOVE VENGONO SMALTITI I RIFIUTI INDUSTRIALI? – Marfella elenca i territori campani che, negli anni, hanno subito lo sversamento illegale dei rifiuti tossici. I quali, è bene precisarlo, provengono non solo dal Nord, ma anche dalle industrie presenti in zona: “Il fiume Sarno è, da 50 anni, il più inquinato d’Europa a causa delle industrie conciarie di Solofra, ad Avellino. L’inquinamento della foce del Volturno è causato dai rifiuti tossici provenienti dall’affluente Calore. Dalla discarica di Sant’Arcangelo Trimonte (Benevento), vengono infatti immessi nel fiume Calore, ogni mese, non meno di 11mila litri di percolato di tipo industriale. Per oltre 40 anni – conclude Marfella – la discarica Pisani di Pianura ha ricevuto i rifiuti urbani e industriali di tutta Italia”. Una lista che non esaurisce lo sguardo dell’oncologo sulla nostra disastrata regione. Rimane da affrontare anche la questione degli inceneritori…

ACERRA: UN INCENERITORE CHE NE VALE TRE – Il parallelo è realizzato sulla base dei numeri: “L’inceneritore di Acerra equivale, come portata, al triplo dei tre impianti presenti in Veneto, ovviamente distribuiti all’interno di tutta la regione”. In un suo precedente post su Facebook, infatti, Marfella ha indicato la quantità di rifiuti che vengono bruciati ad Acerra: circa 600mila tonnellate all’anno su tre linee. Numeri enormi per un solo impianto, cui si vorrebbe associare quello di Napoli Est, dalla capacità prevista di 450mila tonnellate. Un mega-inceneritore che il professore boccia senza appello, considerato anche “l’ovvio smaltimento di rifiuti tossici e industriali, sia regionali che extraregionali, che si verrebbe a realizzare a causa dell’attuale mancanza di impianti e della totale assenza di tracciabilità per questa categoria di rifiuti”. L’espressione “genocidio” può sembrare eccessiva, ma rende un’idea che i cittadini napoletani non hanno ancora realizzato.

DOVE SVERSARE – Ma i rifiuti dovranno pur andare a finire da qualche parte, almeno nell’immediato. Anche su questo punto Marfella mostra idee chiare: “La sola provincia di Avellino, come attestato dal geologo Giovanbattista de Medici, dispone di 192 chilometri quadrati di zone idonee, per discariche che smaltiscono sia rifiuti urbani che industriali. Territori argillosi, di minor pregio agricolo, e per questo meno abitati: circa 60 abitanti per chilometro quadrato, contro gli 8.000 che risiedono vicino alle discariche di Chiaiano e Marano”. Soluzione che non può certo dirsi definitiva, dato che tali 60 abitanti per chilometro quadrato sarebbero comunque esposti a rischi sanitari: “Abbiamo il dovere morale e civile di riorganizzare questo sistema. Non per solidarietà, ma per dovere di corretta gestione delle risorse territoriali, distribuendo con equità sia benefici che rischi che, comunque, non possiamo ancora evitare”.

  

Non aprite quella porta (a porta)

Francesco C. luglio 18, 2011 Ambiente, Politica News 1 Comment

Pubblichiamo alcune immagini di abbandoni di rifiuti in zona Pontorme dove il porta a porta inizierà oggi così come in tutta la città. Ormai parlare ancora degli abbandoni di rifiuti in prossimità dei cassonetti non è più una notizia. È un gesto di scarsissimo senso civico che speriamo vada a scomparire con l’abitudine al nuovo sistema di raccolta che, seppur da migliorare, è a oggi il migliore per ottenere alte percentuali di raccolta differenziata.
Il senso civico e il rispetto verso i concittadini è una materia molto difficile da maneggiare e crediamo che debba tornare a essere insegnata nelle scuole ma soprattutto nelle famiglie.
La nostra sensazione è che anche dal piccolo gesto dell’abbandono dei rifiuti si possano fare alcune considerazioni su un Paese, l’Italia, dove si vivono almeno due realtà distinte e separate: una che se ne frega del rispetto per il bene comune, la legalità e la giustizia e l’altra che crede ancora che si possa diventare un Paese normale.
Soprattutto iniziando dalle piccole cose, tenendo sempre viva l’attenzione su ciò che ci circonda, su come vengono gestiti i beni comuni e l’ambiente in cui viviamo.
Vorremmo che ognuno facesse la propria parte: sia i cittadini che le istituzioni.
Negli ultimi mesi la gente ha fatto sentire la propria voce e il proprio dissenso mentre la Casta politica sembra ancora continuare a percorrere una strada che non rispecchia il Paese reale.
Facciamo il nostro dovere di cittadini responsabili: chissà che non sia una goccia che, lentamente, scavi nella coscienza collettiva.

  

AMMINISTRAZIONE COMUNALE: O CON I COMMISSARI O CON LA CITTA’!

Gabriele luglio 11, 2011 Notizie dal mondo No Comments

A L’Aquila non c’è lavoro e non c’è futuro, per i giovani semplicemente non ci sono prospettive. I soldi per la ripresa socio-economica del cratere vengono sistematicamente dirottati altrove senza alcun imbarazzo. È il caso della sanità, della ferrovia, delle scuole e dell’università. La ricostruzione pesante è ferma nel centro de L’Aquila, in periferia e in tutti i centri del cratere!!! Non esiste un’idea per la città e il suo territorio, se non la sua triste devastazione. Molte famiglie e single, poveri e nuovi poveri di questa città sono senza casa e senza assistenza, vittime dell’arbitrio della SGE e lasciati soli di fronte al mercato, in cui i prezzi degli affitti lievitano senza controllo.
QUESTA SITUAZIONE E’ IN LARGA PARTE IL RISULTATO DI DUE ANNI DI COMMISSARIAMENTO, ma è ormai evidente come QUESTA  AMMINISTRAZIONE COMUNALE SIA TOTALMENTE COMPLICE DELLA STRUTTURA COMMISSARIALE, OVVERO DI UN SISTEMA DI GESTIONE VERTICISTICO, INEFFICACE E NON TRASPARENTE .
DA DUE ANNI ASSISTIAMO A RIMPALLI DI RESPONSABILITA’ TRA COMMISARI, VICECOMMISARI, SINDACI E AMMINISTRATORI CONNIVENTI, SENZA VEDERE LA SOLUZIONE A NESSUNO DEI PROBLEMI: MACERIE, RICOSTRUZIONE EDILE, TASSE, LAVORO.
QUESTA  CLASSE DIRIGENTE NON E’ STATA IN GRADO DI FARE ALTRO CHE VOTARSI AL SANTO DI TURNO, NELLA FATTISPECIE GIANNI LETTA, POLITICO DI CHIARA FAMA PER ESSERE IMPLICATO IN VARI SCANDALI, DAL “CONSORZIO FEDERICO II” ALLA P4.  DAL MOLTIPLICARSI DEGLI INCONTRI “INFORMALI” TRA CHIODI, CIALENTE E LETTA  NON VEDIAMO SCATURIRE ALCUN RISULTATO, SE NON LUNGHI SERVIZI GIORNALISTICI.
DA QUESTA AMMINISTRAZIONE COMUNALE E’ MANCATA INOLTRE QUALSIASI PROPOSTA SU UN PROGETTO DI CITTA’, NE’ SONO STATE  ASCOLTATE LE TANTE PROPOSTE VENUTE DALLA CITTADINANZA PER FAVORIRE UN PROCESSO DI RICOSTRUZIONE  TRASPARENTE E PARTECIPATA

RIBADIAMO LE RICHIESTE DELLA MANIFESTAZIONE DEL 7 LUGLIO:

- fine del commisariamento;
- politica programmatica locale, condivisa con la popolazione;
- sostegno all’economia e all’occupazione;
- diritto al lavoro, diritto all’abitare, tutela del territorio;
- difesa dagli “scippi” delle strutture politiche, amministrative, sanitarie e universitarie».
- approvazione del regolamento sulla partecipazione
- sostegno  all’approvazione della legge di iniziativa popolare.

L’Aquila, 11 luglio 2011

Comitato 3e32

  

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