
Per parlare di economia bisogna, secondo me, in primo luogo definire un punto di partenza comune dal quale far iniziare le proprie considerazioni.
E’ opinione tanto diffusa quanto errata che l’economia è un qualcosa che ha a che fare con il denaro, si tende spesso quindi ad accomunare economia e finanza.
L’economia è per definizione: (dal greco οίκος [oikos], ‘casa’ e νομος [nomos], ‘norma’, cioè “amministrazione della casa”) è stata definita da alcuni come la scienza che studia le modalità di allocazione di risorse limitate tra usi alternativi, al fine di massimizzare la propria soddisfazione ovvero la scienza che studia cosa si produce, come si distribuisce e si consuma. (it.wikipedia.org).
Economia come scienza che studia e quindi ottimizza tre passaggi fondamentali per la vita di un paese, produzione, distribuzione e consumo.
Possiamo quindi affermare che il prodotto economicamente migliore è quello prodotto il più vicino possibile al luogo dove questo è consumato e col maggior rapporto tra benefici intesi come soddisfazione e spese intese anche come impatto ambientale.
Questo in teoria; e sarebbe anche una “bella teoria” se messa in relazione ai concetti base dell’economia attuale, legata a doppio filo al commercio (spesso internazionale) dunque al petrolio e di conseguenza al denaro.
Denaro che viene oggi gestito come una vera e propria merce, viene comprato, venduto, scambiato e quel che è peggio prodotto, tramite movimenti finanziari o compravendite fittizie che senza mutare il bene ne aumentano, spesso sensibilmente, il valore, diventa quindi un vero e proprio prodotto.
Come dicevamo, l’economia è un concetto totalmente svincolato dal denaro, certo al giorno d’oggi è difficile immaginare delle relazioni economiche tra paesi, piuttosto che tra imprese, senza il denaro, ma questo deve servire come chiave del portone, non costituire l’edificio stesso.
Questo perché il denaro gode per definizione di determinati vantaggi di cui qualsiasi altra merce non gode, non deperisce, non invecchia, non deve essere trasportato, questa concorrenza che tra aziende definiremmo “sleale”, falsa a tutti gli effetti il mercato.
Le conseguenze all’atto pratico di una gestione di questo tipo dell’economia le abbiamo ogni giorno sotto gli occhi, sono le logiche delle grandi multinazionali, alla ricerca del marchio piuttosto che dell’azienda, che comprano fabbriche per ampliare il prestigio a livello di dominanza sul mercato, per poi capitalizzare e riacquistare nei così detti mercati emergenti.
Tutta questa operazione che viene oggi definita delocalizzazione, ha come risultato l’impoverimento di produttore e consumatore e l’arricchimento di quel mercato virtuale costituito sostanzialmente da denaro liquido che è la quotazione borsistica della multinazionale.
In economia vige il concetto di concorrenza che può solo portare benefici al mercato, questo quando questa è sana, fatta di un sostanziale equilibrio tra produttore e consumatore.
Quando come nel caso di Cina, India, Vietnam ecc. questo equilibrio viene meno, non ha più senso parlare di concorrenza quanto di sfruttati e sfruttatori, anche se diventa sempre più difficile capire chi è cosa.
Il “made in China” non può essere spiegato con la mera traduzione dall’inglese, sarebbe più corretto parlare di “prodotto senza assistenza medico sanitaria, senza diritti per i lavoratori, senza pensione, senza indennità di malattia” cose che il “Made in Italy” (quello vero che andrebbe difeso e tutelato) concede.
Questa è una profonda ingiustizia che il prezzo nasconde.
Quando i governi affrontano queste problematiche la risposta è una sola, “dazi”.
Ad essere sincero non ho ben capito il motivo, certo in un paese come il nostro che si trova da quindici anni in una perenne campagna elettorale le risposte più immediate e semplici sono sempre molto gettonate, quello che mi sconforta è sentire questo determinato tipo di risposte anche dall’Europa.
In Cina ci sono ancora oltre 700 milioni di persone che vivono in contesti rurali e quindi fermo restando le politiche di tutela del lavoratore da un punto di vista teorico il prezzo della manodopera potrebbe scendere ancora, quello che i nostri governi dovrebbero capire è che la Cina ha bisogno di diritti, di cultura e queste dovrebbero essere esportate, non è certo coi dazi che si risolve il problema.
Questi problemi nascono da un errata gestione dell’economia a livello globale, nazionale e locale, tutto il pensare economico degli ultimi trenta anni si basa su un falso, su un concetto sbagliato, ovvero che le risorse, le materie prime l’energia siano infinite ed a costo fisso.
Questo oltre a non essere scientificamente vero è un po’ come fare i conti senza l’oste (la terra), anche qualora fosse possibile per determinate risorse ipotizzarle come infinite è senz’altro un errore ipotizzarne la stabilità di prezzo.
Un caso tipico è il petrolio, materia su cui tutta la nostra economia è fondata, questo ha delle oscillazioni anche importanti di prezzo dovute a migliaia di fattori, estrattivi, politici, finanziari quindi oltre ad avere una forte varianza nel medio e breve termine, subirà inevitabilmente in futuro un aumento dovuto alle sempre più difficili condizioni estrattive alle quali andremo incontro.
L’economia dovrebbe essere sostenibile.
Questo termine è stato spesso usato in malo modo, distorto, frainteso, banalizzato, quindi per evitare potremmo parlare di ecologicamente sostenibile, ovvero considerare l’intero processo economico (produzione, distribuzione e consumo) come parte integrante dell’intera rete della vita da cui dipende la nostra sopravvivenza a lungo termine.
Per prima cosa la nostra classe dirigente a livello politico ed economico dovrebbe capire che il più alto tasso di progresso economico è inversamente proporzionale alla strada che il mio prodotto dovrà compiere prima di essere utilizzato, alla quantità di rifiuti che ho prodotto per realizzare il mio bene, all’utilizzo di materie prime non rinnovabili.
Dobbiamo per così dire con un termine che va molto di moda adesso essere eco-alfabetizzati, ovvero dobbiamo iniziare a ragionare in termini di interrelazioni di contesti e di processi, dobbiamo iniziare a capire cosa comporta produrre ed esportare un determinato bene e se il processo è economicamente sostenibile.
Quello che dovrebbe essere fatto circolare sono le idee non le merci, purtroppo molto spesso forse per una mancanza di questa materia prima ciò che viene fatto circolare sono prodotti spesso già lavorati.
Con questo non voglio sostenere che si dovrebbe produrre del Chianti sulle colline bavaresi o del Parmigiano Reggiano ad Agrigento, voglio solo sostenere che determinati prodotti a livello industriale e che quindi non hanno dei necessari legami col territorio potrebbero essere prodotti e consumati in loco.
Gli esempi di un nuovo tipo di economia basata sul risparmio (ambientale e di risorse) piuttosto che sullo spreco sono molteplici, bisognerebbe iniziare a capire che una automobile non è tedesca o giapponese perché prodotta in questi paesi, ma perché l’idea, il progetto nascono secondo la cultura e le conoscenze tecniche di quel paese, di quei progettisti.
Di esempi ce ne sarebbero molti, dall’acqua minerale, alla produzione alimentare industriale, al tessile.
Perché questa nuova economia sia possibile non è sufficiente cambiare solo il concetto di economia che molti paesi hanno, è necessario modificare anche i parametri di riferimento che usiamo per giudicare l’economia e lo sviluppo di un paese.
Lo stesso PIL piuttosto che il “reddito pro capite” sono parametri che giudicano la crescita di un paese svincolato dal contesto reale. Secondo questi parametri un economia che sostiene 60 milioni di persone come la nostra è più ricca di una che ne sostiene 20 volte tanta. I parametri da considerare per capire il reale grado si sviluppo economico e sociale di un paese sono altri, come il rispetto ambientale, il tenore di vita, il tasso di disoccupazione, gli investimenti nella ricerca.
Noi consumatori possiamo comunque fare qualcosa di importante e visti i grandi numeri che coinvolge anche di sostanziale, possiamo votare coscientemente. Ma non inteso come voto nel segreto dell’urna, quello conta relativamente, votare bene quando conta veramente, quando siamo col carrello in mano, quando dobbiamo mettere benzina, quando dobbiamo fare quelle piccole scelte che si portano a scegliere un prodotto piuttosto che un altro. Questo nel piccolo cambia ben poco, ma applicato ad ampie fasce di consumatori può cambiare il mercato e l’intera economia globale. Non ho comunque la sensazione alcun governo abbia intenzione di istruire la popolazione in questo senso.
Abbiamo bisogno in sostanza di parametri a livello internazionale che tengono conto del reale benessere, dell’aspettativa di vita, che facciano distinzione tra ciò che produce benessere e ciò che lo diminuisce.
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